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La Corte internazionale di giustizia non ha accertato alcun genocidio da parte di Israele. Né ha deciso che l’accusa di genocidio fosse «plausibile». Ciononostante, da anni questa è esattamente l’impressione diffusa sul piano politico e mediatico. In molti contesti, una questione giuridica aperta si è trasformata in una sentenza anticipata sullo Stato ebraico.
La differenza è fondamentale. «Genocidio» non è un altro termine per indicare una guerra crudele, un elevato numero di vittime o città distrutte. La fattispecie richiede l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. Senza questa specifica volontà di distruzione non c’è genocidio. Chi parla quindi di Gaza non deve soltanto contare i morti. Deve dimostrare che Israele vuole distruggere i palestinesi in quanto gruppo. La Corte internazionale di giustizia finora non ha accertato una simile volontà di distruzione.
Accusa di genocidio: la specifica volontà di distruzione è decisiva
L’articolo II della Convenzione sul genocidio elenca diversi possibili atti, tra cui uccisioni, gravi danni fisici o psichici e l’imposizione deliberata di condizioni di vita volte alla distruzione fisica, totale o parziale, di un gruppo protetto.
Il punto decisivo risiede nell’intento. La giurisprudenza della Corte internazionale di giustizia richiede la specifica volontà di distruzione, il dolus specialis. Se questa non viene provata direttamente, ma dedotta da un modello di condotta, secondo la giurisprudenza finora sviluppata l’intenzione di distruzione deve essere l’unica conclusione ragionevole ricavabile da tale comportamento.
Morti e macerie non costituiscono quindi ancora una prova di genocidio. Possono essere rilevanti per l’esame di crimini di guerra, attacchi sproporzionati o altre violazioni del diritto internazionale umanitario. La fattispecie del genocidio richiede inoltre la prova che si intenda distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto in quanto tale.
CIG: diritti plausibili, ma nessuna plausibile accusa di genocidio
Una delle semplificazioni più persistenti riguarda la decisione della Corte internazionale di giustizia del 26 gennaio 2024. Una precedente analisi dettagliata di SCHLAGSEITE sull’accusa di genocidio aveva già affrontato questa distinzione.
La Corte ha disposto misure provvisorie. In tale contesto ha stabilito che determinati diritti invocati dal Sudafrica fossero plausibili, in particolare il diritto dei palestinesi di Gaza a essere protetti da atti che potrebbero rientrare nella Convenzione sul genocidio. È esattamente ciò che si legge nell’ordinanza.
Ciò che la Corte non ha deciso è stato esplicitamente chiarito dall’allora presidente Joan Donoghue, dopo la sua uscita dalla Corte, in un’intervista alla BBC: la Corte non aveva deciso che l’accusa di genocidio in sé fosse plausibile. La verifica della plausibilità riguardava i diritti invocati.
Non si tratta di una sottigliezza semantica. È la differenza tra un diritto da proteggere provvisoriamente durante un procedimento in corso e un accertamento giudiziario sulla questione se Israele stia commettendo un genocidio.
Passende X-Beiträge
Aus dem SCHLAGSEITE X-ArchivLa Corte ha dichiarato plausibili determinati diritti di protezione invocati. Non ha accertato che Israele stesse plausibilmente commettendo un genocidio. L’allora presidente della Corte, Joan Donoghue, ha successivamente corretto esplicitamente questa diffusa semplificazione.
Il procedimento principale è ancora in corso. Con un’ordinanza del 21 maggio 2026, la Corte ha fissato al Sudafrica un termine fino al 22 novembre 2027 e successivamente a Israele fino al 22 maggio 2029 per il deposito di ulteriori memorie. Non esiste alcuna sentenza sull’accusa di genocidio. Chi sostiene che la «Corte mondiale» abbia già confermato il genocidio di Israele rappresenta erroneamente lo stato del procedimento.
Altre istituzioni parlano di genocidio, la CIG non ha deciso
Per una rappresentazione completa della situazione, va detto anche che altre istituzioni sono ormai giunte a una valutazione opposta. Amnesty International e altre ONG hanno formulato accuse di genocidio. Nel dicembre 2024 Amnesty International è giunta alla conclusione che Israele stesse commettendo un genocidio a Gaza. La relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese ha dichiarato nel 2024 che vi erano motivi sufficienti per ritenere che fossero stati commessi atti genocidari. Nel settembre 2025 anche la Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU su Israele e i territori palestinesi è giunta alla conclusione che Israele avesse commesso un genocidio a Gaza.
Queste valutazioni esistono e fanno parte dei fatti disponibili. Non sono tuttavia sentenze della Corte internazionale di giustizia. Amnesty è un’organizzazione non governativa, una relatrice speciale è una titolare indipendente di un mandato del Consiglio per i diritti umani dell’ONU e anche una commissione d’inchiesta istituita dal Consiglio per i diritti umani non è un tribunale internazionale. Le loro valutazioni non possono quindi essere trasformate in una sentenza dell’Aia che finora non esiste.
Il contesto politico della causa per genocidio del Sudafrica
Anche il ricorrente stesso ha un passato politico documentato. Un inquadramento più dettagliato è fornito dall’articolo sulla causa per genocidio del Sudafrica e il contesto politico.
Il governo sudafricano aveva già definito «genocidio» l’operato di Israele il 18 ottobre 2023, cioè undici giorni dopo il massacro di Hamas e più di due mesi prima della presentazione della causa, parlando persino di un imminente «Olocausto palestinese». Ciò risulta da una dichiarazione ufficiale del governo sudafricano.
Il 5 dicembre 2023, la leadership dell’African National Congress, partito al governo, incontrò delegazioni di diverse organizzazioni palestinesi. In una dichiarazione ufficiale dell’ANC del 6 dicembre il partito cita esplicitamente Fatah, Hamas e la Jihad islamica palestinese. La ministra degli Esteri sudafricana Naledi Pandor aveva già parlato telefonicamente il 17 ottobre con il leader di Hamas Ismail Haniyeh. Il suo ministero dichiarò che il colloquio aveva riguardato gli aiuti umanitari e il dialogo.
Questi contatti non decidono la sussistenza della fattispecie di genocidio. Fanno però parte del contesto politico di una causa che non è nata in uno spazio politicamente neutrale.
Il dato più importante sulle vittime proviene da un’amministrazione governata da Hamas
Nel settembre 2026, il numero dei morti comunicato dal ministero della Salute di Gaza supera i 73.000.
Più precisamente, la fonte va indicata così: il ministero della Salute fa parte dell’amministrazione di Gaza guidata da Hamas. Il totale pubblicato non distingue tra civili e combattenti. Di conseguenza, i membri uccisi di organizzazioni armate non vengono indicati separatamente nel totale.
Le organizzazioni internazionali e i media utilizzano regolarmente questi dati come principale riferimento. Il totale in sé, tuttavia, non risponde alla domanda su quanti dei morti fossero civili e quanti combattenti.
È proprio questa differenza a scomparire regolarmente quando dal totale viene dedotta direttamente un’accusa di genocidio.
Un totale indica quanti decessi sono stati registrati dall’ente che li comunica. Non indica quali singole uccisioni siano state lecite o illecite. E soprattutto non dimostra lo specifico intento di distruggere la popolazione palestinese in quanto tale.
L’errore logico comincia là dove da un dato bellico non suddiviso per combattenti si ricava direttamente un intento genocidario.
Senza il 7 ottobre questa guerra non esisterebbe
Il 7 ottobre 2023 non è un’«antefatto» marginale. È il punto di partenza di questa guerra.
La Commissione d’inchiesta dell’ONU ha accertato che Hamas, altri gruppi armati palestinesi e gli aggressori coinvolti attaccarono obiettivi civili in almeno 24 località, oltre a spazi pubblici e festival.
Gli aggressori passarono di casa in casa, attaccarono abitazioni e rifugi, uccisero residenti e rapirono persone portandole a Gaza. Al festival Nova e in località come Be’eri, Nir Oz e Kfar Aza i civili furono attaccati deliberatamente. Circa 1.200 persone furono uccise il 7 ottobre e nell’immediato contesto dell’attacco; la grande maggioranza era costituita da civili. Più di 250 persone furono rapite.
Non fu un normale incidente di frontiera né un attacco in cui i civili si trovarono semplicemente per caso tra obiettivi militari. La Commissione ha documentato attacchi deliberati contro civili.
Parlare di intento di distruzione senza menzionare Hamas?
Il dibattito appare particolarmente evidente nei casi in cui si discute ampiamente di una possibile volontà di distruzione da parte di Israele, mentre l’ideologia documentata di Hamas scompare dal quadro.
La Carta di Hamas del 1988 formulava esplicitamente il conflitto in un linguaggio antiebraico e incorporava nell’articolo 7 un hadith sull’uccisione degli ebrei. Collegava questa ostilità intrisa di elementi religiosi all’obiettivo di sostituire Israele con un ordinamento islamico sull’intero territorio della Palestina storica.
Nel 2017 Hamas modificò il proprio linguaggio pubblico. Il «Document of General Principles and Policies» dichiarava che il conflitto era diretto contro il «progetto sionista» e non contro gli ebrei a causa della loro religione. Il documento continuava tuttavia a non contenere alcun riconoscimento di Israele. Definiva la Palestina come il territorio dal Giordano al Mediterraneo e respingeva la legittimità della «entità sionista».
Chi pone il concetto di dolus specialis al centro di un dibattito politico non può escludere dall’analisi l’ideologia dichiarata dell’organizzazione che ha iniziato la guerra con un attacco di massa mirato contro civili israeliani.
Hamas conduce la guerra da una società civile densamente popolata
Il secondo fattore centrale è il modo in cui Hamas e altri gruppi armati combattono a Gaza.
Il rapporto del Segretario generale dell’ONU sui bambini e i conflitti armati ha verificato l’uso militare di un centro sanitario da parte di Hamas e ha registrato numerose segnalazioni sull’uso di scudi umani da parte di Hamas e di altri gruppi armati. Israele ha inoltre presentato un’ampia documentazione su depositi di armi, postazioni missilistiche, tunnel e strutture di comando all’interno o in prossimità di abitazioni, scuole, moschee e strutture mediche.
Non ogni affermazione israeliana relativa a ciascun edificio è stata confermata in modo indipendente. Il dato militare fondamentale resta tuttavia rilevante: Hamas dispone di un esteso sistema di tunnel sotterranei in un’area estremamente densamente popolata e conduce la guerra non su un campo di battaglia separato dalla popolazione civile. Ciò aumenta considerevolmente il rischio per i civili e deve necessariamente rientrare nell’analisi del numero delle vittime e degli obiettivi militari.
Gli avvertimenti si conciliano male con la tesi di un piano di distruzione
Anche il comportamento effettivo di Israele deve essere preso in considerazione nell’esame della presunta intenzione di distruzione.
Durante la guerra, Israele ha utilizzato volantini, SMS, messaggi vocali preregistrati e telefonate individuali per avvertire gli abitanti delle operazioni e chiedere loro di evacuare. Secondo dati dell’IDF aggiornati al 31 marzo 2024 fino ad allora erano stati utilizzati circa 9,3 milioni di volantini, 15,5 milioni di messaggi di testo, 17 milioni di messaggi vocali preregistrati e circa 100.000 telefonate individuali. Israele ha presentato misure di avvertimento analoghe anche nel procedimento dinanzi alla Corte internazionale di giustizia.
Se singoli ordini di evacuazione fossero sufficienti o se determinati attacchi fossero conformi al diritto internazionale umanitario è una questione giuridica distinta. Per la presunta volontà statale di annientamento è rilevante il fatto che siano state impiegate considerevoli risorse militari per avvertire i civili delle imminenti operazioni di combattimento.
Lo stesso vale per le pause umanitarie nei combattimenti e per le campagne di vaccinazione antipolio. Solo nel primo ciclo di vaccinazioni del 2024, secondo quanto riferito da UNICEF sono stati raggiunti 558.963 bambini sotto i dieci anni. A tal fine sono state concordate pause umanitarie nei combattimenti riferite a specifiche aree. Un’altra campagna ha raggiunto quasi 603.000 bambini nel febbraio 2025.
Queste misure rientrano nel quadro probatorio quando si sostiene che l’obiettivo statale di Israele sia l’annientamento fisico o biologico della popolazione palestinese.
Nel 2005 Israele sgomberò i suoi insediamenti e ritirò la presenza permanente da Gaza
Anche la tesi di un programma israeliano di annientamento portato avanti coerentemente da decenni si scontra con un problema storico.
Nel 2005 Israele sgomberò tutti gli insediamenti israeliani nella Striscia di Gaza e ritirò la propria presenza militare permanente dalle aree sgomberate. Il piano israeliano di ritiro prevedeva espressamente l’evacuazione delle località israeliane nella Striscia di Gaza e il trasferimento delle forze al di fuori del territorio.
Il ritiro non pose fine alla successiva controversia di diritto internazionale sullo status di Gaza e sul controllo israeliano dei diversi accessi. L’evento storico in sé è invece inequivocabile: nel 2005 Israele sgomberò i propri insediamenti e ritirò dalla Striscia di Gaza le forze stazionate permanentemente.
Nel 2007 Hamas assunse con la forza il controllo di Gaza.
Chi sostiene che Israele abbia perseguito per decenni un piano lineare per la cancellazione fisica della popolazione di Gaza deve spiegare come il completo smantellamento dei propri insediamenti e il ritiro delle forze permanenti possano inserirsi in questo quadro.
Anche la demografia contraddice la tesi di lungo periodo
Secondo una serie storica di dati ONU nel 1967 vivevano circa 1,03 milioni di palestinesi in Giudea e Samaria, Gerusalemme Est e Gaza. Per la metà del 2023, l‘ Ufficio centrale palestinese di statistica stimava in circa 5,48 milioni la popolazione di Giudea e Samaria e Gaza, di cui circa 2,23 milioni nella Striscia di Gaza.
La popolazione era quindi più che quintuplicata nel corso di questo periodo.
Questo sviluppo non è compatibile con l’ulteriore affermazione di un programma di annientamento demografico portato avanti ininterrottamente dal 1967.
Gaza non è il primo conflitto urbano distruttivo contro gli islamisti
Distruzioni massicce e ingenti perdite civili sono note anche da altri combattimenti contro organizzazioni islamiste trincerate in città densamente edificate.
Nella battaglia di Mosul, le forze irachene e una coalizione guidata dagli Stati Uniti combatterono per mesi contro lo Stato Islamico in quartieri urbani densamente edificati. Amnesty International ha documentato migliaia di vittime civili e, allo stesso tempo, il fatto che l’ISIS trattenesse le famiglie, impedisse loro di fuggire e le usasse come scudi umani.
Anche Raqqa fu pesantemente distrutta nella lotta contro lo Stato Islamico. La comparabilità delle singole operazioni è limitata, ma il dato militare di fondo rimane: gravi distruzioni e ingenti perdite civili nella guerra urbana non dimostrano di per sé una specifica volontà di annientamento della popolazione civile in quanto gruppo.
L’inversione linguistica iniziò molto prima di Gaza
L’effetto politico dell’accusa di genocidio non può essere spiegato soltanto con il diritto internazionale.
L’idea di equiparare il sionismo al fascismo, al razzismo o al nazionalsocialismo ha una lunga preistoria. La ricerca storica sulla politica sovietica verso Israele e il sionismo negli anni Sessanta documenta equiparazioni tra sionismo e nazismo già prima della Guerra dei Sei Giorni. Dopo il 1967 la campagna antisionista fu notevolmente ampliata.
Il meccanismo era politicamente efficace: lo Stato ebraico non veniva criticato soltanto per politiche concrete. Il sionismo stesso veniva rappresentato come un’ideologia razzista, imperialista o fascista.
Nel 1975 il sionismo fu definito «razzismo» dall’ONU
Il 10 novembre 1975 l’Assemblea generale dell’ONU adottò la Risoluzione 3379. In essa il sionismo veniva definito una forma di razzismo e di discriminazione razziale.
Il 16 dicembre 1991 l’Assemblea generale revocò tale definizione con la Risoluzione 46/86.
L’Unione Sovietica scomparve. Lo schema retorico le sopravvisse.
Quando oggi Israele viene definito il nuovo Stato nazista, i sionisti vengono chiamati nazisti o la Shoah viene utilizzata come modello per delegittimare lo Stato ebraico, questo linguaggio non è quindi privo di una preistoria storica.
Il termine «genocidio» ha da tempo una funzione politica
Oggi genocidio non è soltanto il nome di una possibile fattispecie penale nel procedimento in corso dinanzi alla CIG. Il termine possiede al contempo una considerevole funzione politica.
Lo usa Amnesty International. Lo usa la relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese. Lo usa la Commissione d’inchiesta dell’ONU. Inoltre, nell’attivismo, nelle proteste universitarie e nelle campagne politiche compare spesso come una descrizione già acquisita, sebbene il procedimento principale dinanzi alla Corte internazionale di giustizia non sia stato deciso.
In questo modo il dibattito si sposta. Un’accusa da dimostrare giuridicamente diventa, in parte della comunicazione pubblica, già un giudizio morale.
In questo contesto possono passare in secondo piano nessi centrali: l’attacco del 7 ottobre, l’ideologia e la condotta bellica di Hamas, gli ostaggi, nonché la distinzione tra un elevato numero complessivo di vittime della guerra e la prova specifica di una volontà statale di annientamento.
L’intenzione non può essere esaminata soltanto nel caso di Israele
Chi intende parlare seriamente di intenzione di annientamento deve considerare l’intero conflitto. Da un lato c’è Israele, le cui concrete azioni militari, dichiarazioni politiche e decisioni vengono esaminate nel procedimento in corso e in altri contesti giuridici.
Dall’altro lato c’è Hamas, con una carta storica piena di retorica antisemita di annientamento, un programma politico tuttora esplicitamente diretto contro la legittimità di Israele, un sistema di tunnel costruito nel corso di anni nel mezzo di aree residenziali densamente popolate e un attacco pianificato contro civili israeliani il 7 ottobre 2023. Chi esamina esclusivamente l’intenzione di Israele e rimuove dall’analisi questi fattori documentati descrive soltanto una parte del conflitto.
Chi presenta l’accusa di genocidio come un fatto accertato pronuncia un verdetto che la Corte internazionale di giustizia non ha emesso. Chi inoltre trasforma Israele nel nuovo Stato nazista ricorre a un’inversione dei ruoli di vittima e carnefice la cui preistoria politica risale alla propaganda antisionista sovietica. La condotta bellica di Israele può e deve essere oggetto di discussione. Non lo è invece l’effettivo stato del procedimento.
ℹ️ Base fattuale e fonti primarie dell’articolo 📑
▶️ Corte internazionale di giustizia:
South Africa v. Israel – Case 192
Pagina ufficiale del procedimento con ordinanze, memorie e stato attuale del procedimento.
▶️ Corte internazionale di giustizia:
Order of 26 January 2024
Ordinanza sulle misure provvisorie e sui diritti rivendicati che la Corte ha definito plausibili.
▶️ Joan Donoghue / BBC HARDtalk:
Intervista del 26 aprile 2024
L’ex presidente della CIG spiega che la Corte non aveva stabilito la plausibilità dell’accusa di genocidio, bensì la plausibilità di determinati diritti fatti valere.
▶️ Corte internazionale di giustizia:
Order of 21 May 2026
Fissa i termini per la Reply del Sudafrica al 22 novembre 2027 e per la Rejoinder di Israele al 22 maggio 2029.
▶️ Amnesty International:
Israel’s Genocide Against Palestinians in Gaza
Valutazione non giudiziaria di Amnesty International, secondo cui Israele starebbe commettendo un genocidio a Gaza.
▶️ Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese:
Anatomy of a Genocide – A/HRC/55/73
Rapporto del 2024 con la valutazione secondo cui vi sarebbero motivi ragionevoli per ritenere che siano stati commessi atti genocidari.
▶️ Commissione internazionale d’inchiesta indipendente dell’ONU:
Commission finding on genocide, September 2025
Constatazione non giudiziaria della commissione d’inchiesta, secondo cui Israele avrebbe commesso un genocidio a Gaza.
▶️ Governo sudafricano:
Dichiarazione del Gabinetto del 18 ottobre 2023
Documenta l’uso politico precoce dei termini genocidio e «Palestinian holocaust» da parte del governo sudafricano.
▶️ African National Congress:
Dichiarazione del 6 dicembre 2023
L’ANC conferma un incontro con rappresentanti di diverse organizzazioni palestinesi, tra cui Fatah, Hamas e Jihad islamica palestinese.
▶️ Dipartimento sudafricano per le relazioni internazionali:
Dichiarazione sul colloquio tra Naledi Pandor e Ismail Haniyeh
Conferma la telefonata dell’ottobre 2023 e ne descrive il contenuto come aiuti umanitari e dialogo.
▶️ Reuters:
Stato attuale del bilancio delle vittime, settembre 2026
Reuters cita più di 73.000 morti segnalati dalle autorità sanitarie di Gaza e precisa che le cifre comprendono combattenti e civili.
▶️ Commissione d’inchiesta dell’ONU:
Report A/HRC/56/26 sugli attacchi del 7 ottobre 2023
Documenta attacchi intenzionali contro obiettivi civili in almeno 24 località, nonché uccisioni e rapimenti.
▶️ Carta di Hamas del 1988 / Yale Law School:
The Covenant of the Islamic Resistance Movement
Versione inglese della carta fondativa del 1988 con il passaggio antiebraico nell’articolo 7.
▶️ Documento programmatico di Hamas del 2017:
A Document of General Principles and Policies
Documentazione e riproduzione del documento programmatico di Hamas del 2017.
▶️ Rapporto del Segretario generale dell’ONU:
Children and Armed Conflict 2023
Documenta tra l’altro l’uso militare di un centro sanitario da parte di Hamas e segnalazioni sull’impiego di scudi umani.
▶️ Forze di difesa israeliane:
Data Regarding Evacuation of Civilian Population Within Gaza
Dati forniti da Israele su volantini, SMS, messaggi vocali e chiamate individuali di evacuazione, aggiornati al 31 marzo 2024.
▶️ UNICEF:
Around 560,000 children vaccinated in first round of polio campaign
Documenta 558.963 bambini vaccinati e pause umanitarie nei combattimenti riferite a specifiche aree nel settembre 2024.
▶️ UNICEF e OMS:
Polio campaign reaches around 603,000 children
Documenta la campagna di vaccinazione del febbraio 2025.
▶️ Governo israeliano:
Disengagement Plan
Documenta il ritiro israeliano degli insediamenti e delle forze stazionate permanentemente dalla Striscia di Gaza nel 2005.
▶️ Ufficio centrale palestinese di statistica:
Population data for 2023
Stima a circa 5,48 milioni di persone la popolazione di Giudea e Samaria e Gaza a metà del 2023.
▶️ Nazioni Unite:
Dati storici sulla popolazione palestinese
Indica per il 1967 circa 1,03 milioni di abitanti in Giudea e Samaria, Gerusalemme Est e Gaza.
▶️ Amnesty International:
Battle of Mosul and civilian casualties
Documenta le perdite civili nella guerra urbana contro l’ISIS e il suo impiego di civili come scudi umani.
▶️ Ricerca storica:
The Soviet Union, Israel and Soviet Jewry 1964-67
Indagine storica sulla propaganda sovietica riguardante Israele e il sionismo, inclusa l’equiparazione tra sionismo e nazismo.
▶️ Nazioni Unite:
General Assembly Resolution 3379
Risoluzione del 10 novembre 1975, che definì il sionismo una forma di razzismo.
▶️ Nazioni Unite:
General Assembly Resolution 46/86
Risoluzione del 16 dicembre 1991 con cui è stata revocata la constatazione del 1975.
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